Vendita di un’epopea

Per Donald Graham il Washington Post non è mai stato un asset da far fruttare o una zavorra di cui liberarsi se le cose si fossero messe male. E’ stato più che altro un destino. Destino collettivo e famigliare acquistato nel 1933 per pochi spiccioli e rimesso in sesto da un Eugene Meyer appena dimesso da capo della Federal Reserve interventista di Herbert Hoover. Meyer è stato il Jeff Bezos dei suoi tempi, il visionario salvatore di un’azienda risucchiata nel gorgo della Grande depressione, e forse anche per questo non si riesce a pensare ad altro, come scrive il direttore del New Yorker David Remnick, se non “che il cuore di Donald Graham si è spezzato”.
12 AGO 20
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New York. Per Donald Graham il Washington Post non è mai stato un asset da far fruttare o una zavorra di cui liberarsi se le cose si fossero messe male. E’ stato più che altro un destino. Destino collettivo e famigliare acquistato nel 1933 per pochi spiccioli e rimesso in sesto da un Eugene Meyer appena dimesso da capo della Federal Reserve interventista di Herbert Hoover. Meyer è stato il Jeff Bezos dei suoi tempi, il visionario salvatore di un’azienda risucchiata nel gorgo della Grande depressione, e forse anche per questo non si riesce a pensare ad altro, come scrive il direttore del New Yorker David Remnick, se non “che il cuore di Donald Graham si è spezzato”. Con la vendita del Washington Post al fondatore di Amazon per 250 milioni di dollari il posto dei Graham nella storia si è spostato dalla fazione dei coraggiosi risanatori a quella dei curatori fallimentari. Un tempo un giornale in difficoltà avrebbe bussato alla porta della casa di famiglia a Georgetown, ora si bussa nell’“altra Washington”, nella west coast dell’innovazione e della visione, che è qualche migliaio di anni luce più avanti della Washington delle dinastie di potere e delle epopee glamour. Donald e la nipote, Katharine Weymouth, hanno detto, in buona sostanza, che vendere a Bezos – peraltro per un prezzo universalmente considerato eccessivo, ma sono spiccioli per un uomo da 25 miliardi di dollari – era l’unico modo per onorare la memoria di Katharine Graham, che per una lunga stagione è stata regina incontrastata del Post e di Washington. Lei, teorica del matrimonio fra influenza e profitto, avrebbe rifiutato l’accanimento terapeutico su un giornale agonizzante, quindi Donald ha scelto la più rispettosa delle opzioni per sciogliere il groviglio fra le ragioni del cuore e quelle del portafogli. Il passato, del resto, non sarebbe comunque tornato in vita. I tempi del Watergate e dei Pentagon Paper, della leggendaria alleanza fra la vedova Graham – l’erede designato del Post, Philip, aveva da tempo spezzato con un colpo di pistola il cerchio tragico della malattia mentale – e il direttore Ben Bradlee, quello che aveva come unico obiettivo far esclamare “Holy Shit!” ai lettori sono parte di una storia gloriosa e antica che forse Donald non voleva adulterare con una lenta discesa agli inferi dell’irrilevanza. Lo ha fatto per mettere in salvo l’anima mentre il corpo cedeva. Ma anche onorare le presunte volontà della famiglia e vendere a un amico e innovatore come Bezos non gli risparmia il cuore spezzato.
“Non conoscono un uomo migliore di lui” ha detto Bezos allo staff del Post, un giudizio condiviso da molti a Washington. Graham ha meritato e coltivato la reputazione di uomo d’altri tempi che lo accompagna. Un gran signore che non sempre ha accoppiato signorilità e fiuto degli affari. Nel 2005 aveva un accordo verbale con Mark Zuckerberg per accaparrarsi Facebook; quando il giovane imprenditore ha ricevuto un’offerta migliore lui gli ha detto di seguire il suo cuore, e Zuck ha eseguito. Anche il quotidiano Politico – esperimento di gran successo – è passato sotto il naso di quel Graham che molti all’interno del Post e di Newsweek, primo pezzo sacrificato sull’altare del declino, definiscono un signorile imbelle. E così l’anima della famiglia Graham è finita nelle mani del più impuro degli editori. Uno che, come scrive New Republic, ha già “devastato il mercato dell’editoria” e ora è in cerca di altre prede, sempre coperto dal proposito di eliminare quei “gatekeepers” che impediscono al mondo di diventare piatto e connesso come quello che unisce Seattle alla Silicon Valley.